I pericoli dell’apnea subacquea
Per diverso tempo, nella fase pionieristica di questo sport, quando Maiorca e Mayol si sfidavano a colpi di record, il pericolo principale dell’apnea subacquea, era rappresentato dalla sincope anossica, che ha popolato la storia dell’apnea di incidenti spesso letali.
La pratica dell’iperventilazione, utilizzata da quasi tutti i più forti apneisti e pescatori subacquei, ne costituiva la causa principale.
L’ignoranza dei meccanismi fisiologici che conducono al punto di rottura dell’apnea, induceva gli atleti ad un’errata ventilazione con la conseguenza di abbassare la pressione parziale della CO2 e con essa il margine di sicurezza rispetto al raggiungimento di un basso livello di O2, pericoloso per l’organismo.
Mayol l’aveva intuito ed era giunto ad affermare che chi iperventila “bara con se stesso”.
L’evoluzione della didattica, delle metodiche di allenamento, delle attrezzature, della tecnica ed infine della maggior platea di praticanti e di atleti, ha portato ad uno spettacolare aumento delle quote, sia nella pesca che nell’apnea pura, con risultati che nessuno avrebbe potuto immaginare solo qualche anno fa.
Ciò ha sottoposto l’organismo umano a stimoli eccezionali, portando al limite le pur elevatissime capacità di adattamento che gli permettono di resistere ad aumenti di pressione di oltre 20 volte quella atmosferica.
Queste condizioni estreme hanno favorito il manifestarsi di fenomeni che prima erano rarissimi o del tutto sconosciuti e che adesso si verificano con notevole frequenza tra coloro che praticano l’apnea ad alti livelli.
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